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«SUD. Viaggio nella poesia delle donne» di Bonifacio Vincenzi

Recensione di «SUD. Viaggio nella poesia delle donne». Il saggio è curato dallo scrittore calabrese Bonifacio Vincenzi.

Un altro importante lavoro letterario si va ad aggiungere ai lavori di ricerca e di documentazione sulla poesia del Sud Italia. Lo scrittore calabrese Bonifacio Vincenzi ha raccolto in Sud. Viaggio nella poesia delle donne (pag. 120, Macabor Editore, Francavilla Marittima, 2017) l’opera in sintesi di dodici poetesse meridionali. Delle dodici,  tre sono pugliesi (Carla Saracino, Ornella Spagnulo e Mara Venuto); cinque sono calabresi (Elena Bartone, Angela Caccia, Daniela Pericone, Anna Petrungaro e Emilia Sirangelo). E ancora, Maria Pina Ciancio (Basilicata); Rosalba De Filippis (Molise); Anna Ruotolo (Campania); Federica D’Amato (Abruzzo).

Nell’introduzione Bonifacio Vincenzi spiega che questo si tratta del primo volume di un progetto ambizioso sulla storia della poesia al femminile del meridione. “Di sicuro questi testi citati con corrono a rendere possibile nel prossimo futuro una storia della poesia del Sud Italia – tiene a precisare – e, di conseguenza a rendere più credibile una storia futura della poesia italiana che tenga finalmente conto di questa parte d’Italia spesso accantonata anche per mancanza di testi attendibili da consultare. Questi lavori danno ampio spazio anche alla poesia scritta dalle donne. Tutto questo non era affatto scontato considerando la scarsa presenza di voci femminili nelle antologie di poesia del novecento.”

Un lavoro, questo di Bonifacio Vincenzi,  davvero interessante, testimoniato non solo dal valore delle poetesse inserite, ma anche dalla loro necessità di comunicare quel cambiamento, quell’isolamento precario con ferma determinazione. “Negli ultimi anni- aggiunge ancora Vincenzi- proprio questa determinazione ha favorito una inversione di tendenza al punto tale che questo secolo le vedrà sicuramente protagoniste e non soltanto in campo letterario.”

Le donne protagoniste delle grandi storie della letteratura italiana sono tante, ce ne sono alcune che sono davvero speciali e incarnano valori e ideali intramontabili.
 
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Su VALSUGANA NEWS, Anno 3. N. 7 LA RECENSIONE SUL LIBRO DI SARA CONCI

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Quotidiano "Taranto Buonasera" Sabato 9 settembre 2017 

Recensione a Sud - Viaggio nelle poesie delle donne

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Eventi primi

Il libro Eventi primi, uscito in Prima Edizione per i tipi di Macabor (Francavilla Marittima - CS) nel 2017, è stato inserito nella Collana “I Fiori di Macabor”, diretta da Bonifacio Vincenzi, ed è proprio questa opera di Lucia Gaddo Zanovello la numero 1, l’opera che inaugura la prevista collezione di soli trenta volumi. Si possono ravvisare, pertanto, talune “magiche sincronicità” che accompagnano questa pubblicazione, la quale può, a sua volta, rappresentare un “evento primo”.

La fotografia “alfabeti” in copertina è stata scattata il 16 marzo 2017 dall’autrice, alle ore 11. Qui compaiono sia l’elemento floreale, sia il numero primo 11, entrambi tanto cari a Lucia Gaddo Zanovello, che ha fatto della presenza vegetale molto più di un leitmotiv in tutta la sua produzione poetica. Riguardo alla ricorrenza del numero 11, in questo libro compaiono anche la poesia “Undici indici puntati” e «centoundici segni».

È la stessa poetessa a dare una definizione esaustiva di quali siano gli “eventi primi” secondo la sua particolare concezione, in una nota collocata a chiusura del libro: «‘eventi primi’ come ‘numeri primi’, ma sul piano esistenziale. Gesti di spinta, innovazione, indicatori di spostamento, di mutamento; varianti atte ad operare cambiamenti di direzione o metamorfosi; talora, più semplicemente, segni che esercitano l’ispirazione». Occorrono, però, sensibilità e umiltà, accortezza e prontezza, per captare i segnali significativi e metterli a frutto, senza sprecare il dono di occasioni inattese che, con frequenza variabile, la vita concede a ognuno: «se la persona non percepisce appieno l’accadimento, in tutto il suo valore e potere, avendo questo agito inconsciamente rispetto al giudizio e alla consapevolezza individuali, è destinato a giacere in una fluttuazione sterile, vagante senza fine». E soprattutto, quale diretta conseguenza di tale atteggiamento o distrazione, «si interrompe l’evoluzione spirituale dell’essere o in ogni caso fallisce quell’occasione preziosa offerta dall’evento, di essere processato da cuore e psiche». Il che spesso si traduce in una non sufficiente attenzione nei confronti di chi sta vicino o di chi vorrebbe abbattere le barriere che dividono.

Opera poderosa, quella complessiva di Lucia Gaddo Zanovello, che già da tempo appartiene alla storia della poesia e che dona al lettore soluzioni formali inconsuete e mai di superficie, soluzioni che affondano nelle viscere del dire.

I versi degli Eventi primi, in particolare, si caratterizzano per “Polifonie di luce” e “Cromíe sonore” (è risaputo l’amore dell’autrice per gli accenti, come testimoniano molti dei titoli dei suoi libri), che ben esemplificano la musicalità originalissima raggiunta da questa poetessa.

Nelle opere di Lucia Gaddo Zanovello solitamente si ha l’impressione che ella, proprio scrivendo, riesca a riempire i “vuoti” e ad alleggerire i “pieni” della vita, della realtà, secondo un piano meticoloso che nulla lascia al caso o all’improvvisazione. Eleganti e ricercate sinestesie, immagini che vibrano e sprigionano note musicali dai suoni chiari, si sposano a profumi delicati e afrori.

Già semplicemente scorrendo i titoli delle Sezioni che compongono gli Eventi primi, si può immaginare la densità e complessità del piano, dei significati e dell’architettura che sorreggono la molteplice silloge: “verbamentaria pulvis”, “cromíe sonore”, “eventi primi”, “in alea”, “sbilanci”, “asole fragili”.

L’autrice, tra i tanti nodi tematici che affronta, si sofferma anche sulla differenza che intercorre tra il concetto di “distanza” e quello di “lontananza” (come nella canzone “Il Conforto”, contenuta nell’album Il mestiere della vita e cantata da Tiziano Ferro con Carmen Consoli). Lucia sottolinea come la distanza non crei di per sé lontananza, perché l’amore non conosce limiti: più si ama, più si può amare; in un altro individuo (animale non umano incluso) si può ritrovare se stessi e proprio grazie a esso talvolta ci si può meglio comprendere. Più si condivide, più si cresce e maggiori sono le risorse a disposizione. Sulla scia di queste considerazioni, ella ha immortalato l’amore per ogni cuore pulsante del creato nella lirica “Sono nel palpito”, poesia dedicata alla madre: «Sono nel palpito di ogni vita, / sosto nell’ape dell’orto di pace / che cuce materna / un miele di seta. / Procedo fra Ave ed Eva» …«Cercatemi tra i fiori del mio giardino, / la mia dimora è nel cerchio delle stagioni». Lucia dimostra pure una competenza botanica degna del Pascoli, mentre descrive e cattura l’armonia naturale, la ricchezza e la bellezza del mondo vegetale, persino il suo canto inascoltato («La melodia nativa dell’ortaggio», «il saldo denso lusso della patata»).

Tra possibilità speranze desideri errori abbagli e delusioni, nel ritmo altalenante delle giornate, e tra le intermittenze gli umori e gli eventi mutevoli, attimi di sconforto si alternano a zampilli di luce che non ammettono dubbi. Credendo sempre più nel giorno eterno che sopraggiungerà, e anche che l’errore e il male potranno essere riassorbiti in un disegno di perfezione, Lucia Gaddo Zanovello abbraccia la gioia del “sì”, poiché «Spingono tra le gemme ferite / monconi di rami nuovi», ossia si può verificare sempre qualcosa di nuovo e inatteso «dopo i giorni del massacro».

Tuttavia porgere la mano o l’altra guancia può non bastare, se le porte cui si bussa non si aprono, se nessun bottone entra nell’asola. Rimane necessaria la collaborazione delle diverse parti in gioco, per poter raggiungere la tanto agognata concordia, altrimenti il disegno non si completa. Senza voler giudicare nessuno, la poetessa rammenta al lettore che si può, anzi che si deve comunque denunciare il sopruso.

Ella non si arrende all’abitudine, sa che nulla è mai scontato né banale; non dimentica che il sorgere del nuovo giorno non è cosa certa. Talvolta, anzitempo, la assale una sensazione di lutto, tra timori e presentimenti, ipotizzando che ultime o penultime volte possano essere le occasioni che sta vivendo o che altri non colgono.

In un crescendo di intensità, proprio nella parte finale di questo volume compaiono alcune tra le sue poesie più belle, quelle dedicate ai suoi cani e gatti e al livello massimo di intimità e intesa che con loro si può raggiungere: «Perché si direbbe ‘soffre come un cane’ / se non fosse stato proprio quello l’amore più grande»?; «Alla natura lasciami / e all’amore di chi ha seguíto ogni mio passo / con la cura che spetta all’amato»; «Tutto quanto sapevi dire dell’amore» … «la sciarpa lunga della coda / gremita del suo morbido piumino. // Avrei potuto rubarne un ciuffo, / prima della terra». La poetessa vorrebbe poter garantire protezione a tutte le creature: «Come me non sei che un pullus, / di turdus merula, tu, d’umana specie io». Nella democrazia delle anime non esistono gerarchie, né la parola, così spesso contrapposta al presunto potere superiore dell’immagine, è segno di intelligenza o forma di pensiero superiore, ma solo di diversa veste che cinge l’anima. E allora, nella diversità degli idiomi, Lucia può dire: India, «lupetta che parli una lingua infinita / di sguardi sagaci e di baci», «della materia degli angeli resti, / d’innocenza custode, / canina creatura»!

Lucia Gaddo Zanovello si è inventata una lingua tutta sua, una lingua accogliente con cui vuole mettere a suo agio il lettore, ospitandolo in un mondo di armonia dove sono stati inglobati e riassorbiti i dissidi, divenendo essi stessi parte irrinunciabile del tessuto.

Una lingua fatta di luce e diramazioni che vanno oltre la pagina del libro, una lingua arricchita di concrezioni minerali e vegetali, agli imbocchi di una grotta in cui le memorie custodite gelosamente nutrono una promessa formulata come quotidiana preghiera: «Bussano ai vetri dei ricordi / le dita ininterrotte delle anime / che avanzano / con l’insistenza del vento / vogliose di baci» (qui in un’atmosfera che ricorda La Voce nella Tempesta).

Via via, nell’infinito poema delle sue opere, emerge anche un maggior scavo psicologico: chi è interessato soltanto al danaro e schiaccia l’innocente, non è isolato, anzi ha pure i suoi alleati: «Chi lo vuole / per amico, per padre, / per figlio o in ispirito accanto?»; «fammi il favore, se credi che troppo mi sfregi il livore, / davvero ch’io pieghi i ginocchi davanti al richiesto perdono. / Ma no che non giunge». E ancora, in “Ignavia”, poiché sapere è dono ma pure condanna, per quanto concerne la pigrizia spirituale leggiamo: «basta formulare domande / per avere risposta. / È che spesso non chiede / chi non vuole sapere» … «nel comodo / particolare / di non cambiare». Anche parole dure, dunque, in questo libro, e non solo ricerca di armonia a tutti i costi.

Del resto rimane lecito chiedersi quale senso possa ancora avere la scrittura, se le parole «non prendono l’osso del cuore» (Lorenzo Pittaluga). Perché la poesia - «argine / che trattiene le piene - // ha cura dei figli / dell’occidente – si fa // carico delle orbe - / insensate voglie di // uomini insofferenti / all’ordinario fluire // delle cose» (da La buona lentezza).

Fonte: Literary

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Eventi primi

Poesia. La nuova raccolta di Lucia Gaddo pone al critico il tentativo di un’indagine intenzionale per verificare il presente nell’ottica di un percorso ormai quarantennale. Si potrebbero trarre dalla nota due elementi: “segni che esercitano l’ispirazione” e “storie che intreccino fra loro nel reale come anche nell’immaginario”; ma l’analisi, per ovvie ragioni parziale, fa emergere un’area diversamente cognitiva intesa a individuare coordinate interne ai testi nel rapporto inevitabile con l’alterità: tale indagine si sviluppa da pur limitati segmenti.

Poiché, componente essenziale, l’autrice edifica le sue strutture su un lessico personale, è possibile rilevarne la cifra distintiva. Una voce lessicale quindi può indirizzarci verso un territorio costituito di tasselli che integrano e consolidano un organismo linguistico peculiare; per esempio, l’aggettivo virente che vi ricorre sembra collegarsi al Primo vere e di conseguenza rinviare a un calco dannunziano, ma non è così: la lirica Cum serto, composta per una determinata occasione, supera l’apparenza ‘floreale’ cristallizzando semmai un’erudizione settoriale per innalzarla a status poetico: “Ogni bellezza echeggia | e geme nelle vive e nelle morte stagioni”.

Dunque il tratto originale parte dall’intima cellula della parola per stabilire ‘costruzioni’ sempre più precise eppure ricche di riverberi e idonee a riprodurre la purezza dell’idea. Non minore importanza riveste il fattore prosodico, il quale istituisce formanti metrici disposti in modo variabile rinnovando la prospettiva con pagine ineccepibili sotto il profilo tecnico e versi regolati poi interrotti da ‘impulsi’ ritmici elusivi di qualsiasi prassi precostituita. Se si dovessero esaminare i caratteri teorici, si troverebbero differenze notevoli fra l’estensione del macroverso e altri nuclei di un linguaggio contenuto, quasi prosciugato di eventuali velleità esornative.

Ma la parte strettamente letteraria concepisce traslati progressivamente innalzati a valori allegorici, rifuggenti da influssi convenzionali per collegarsi a un proprio modello, soggetto non di rado a radicali mutazioni. È opportuno perciò concordare col prefatore a proposito di “visibilità misteriosa” che emana dal paesaggio, non solo illustrativo, con una profonda penetrazione nella oggettiva presenza della ‘materia’. Senza addentrarci nei vari momenti, perfino familiari o quotidiani ma trasfigurati dall’assunto verbale, è d’occorrenza notare che la poetessa non perde di vista, per quanto proiettata in un ‘oltremondo’ spirituale, la coscienza dell’esserci e dell’io: “Perché Eterno è ora” (Atterraggi).

Discettando sui tanti aspetti di questa poetica, viene spontaneo ritenere che il dato precipuo sia emozionale o figurativo e, considerata la inestricabile commistione fra eventi e fantasia, ne consegue una quantità di relazioni che solo uno studio comparato sarebbe in grado di definire. Ci atterremo quindi al segno introduttivo che perviene in molte composizioni a una perfetta coerenza stilistica nulla perdendo del suo concreto e addirittura istintivo risultato: ciò si deve a una natura già di per sé identificata, che segue in una specie di ‘premonizione’ il suo iter in piena libertà; è il rigore della stesura (molteplici dettagli lo confermano) a produrre esiti irreprensibili.

Si legga la poesia Nevicata della sezione cromíe sonore: un’eleganza anche fonetica traduce nell’immagine il sentimento incorruttibile della bellezza: spesso l’abbiamo pensata, ma la creatività ‘razionale’ cerca di renderla viva. Certi di un confine che non si può valicare, ci affidiamo a quello slancio ideale che genera più ipotesi, di cui almeno una potrebbe rappresentare la strada per altri luoghi, della memoria o dell’oblio.

Recensione di Luciano Nanni su EVENTI PRIMI di Lucia Gaddo Zanovello

Fonte: LITERARY

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