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di Franca Alaimo

celio 680x400Non ci sono oggetti nella poesia di Marta Celio, se non fogli e l’inchiostro della penna per vergarli con un’ossessività di cui è testimonianza la quantità di libri pubblicati fra il 2017 ed il 2019 (Istanti, Macabor Ed.; In punta di piedi” Mimesi Ed.; Altrove, Macabor Ed.; Germogli di parole, Macabor Ed.).

Il mondo di Marta non possiede nemmeno suoni se non il fruscio dei fogli, il battere delle dita sulla tastiera del computer o di un pianoforte, che forse sono interscambiabili, se è vero che i versi risuonano come note tracciate su uno spartito; né tempo se non un indistinto alternarsi di stagioni e di istanti, né spazio che non sia quello interiore. Tutto precipita nel suo io (“io posticcia/io irreale/io//tremendamente lunatica/paradossale”) per trasformarsi e in un flusso ininterrotto di commozione e in un irrinunciabile desiderio di attraversamento verso un oltre che le doni “un altro modo/ dire/ di re-/STARE”, ossia di colmare quel vuoto che accompagna la sua percezione del reale, e non solo per la condizione propria ad ogni uomo che interroghi il mistero del mondo senza pretendere, perché sa che non ci sono, risposte definitive (e di fatto anche lei chiede e indaga in specie in quel gruppo di poesie che dà nome alla sezione “Parentesi teologica”, in In punta di piedi, per approdare alla “imperfetta perfettibilità/ Di un Mistero/ Che non ci è dato/ Non ci è dato sapere”). Ma quel Dio a cui si rivolge e che non si stanca come un’asola di aprire e chiudere il suo cuore come fosse un bottone, non appartiene a una qualsivoglia teologia o ritualità codificata, ed è invece un’idea archetipa d’amore materno, un vagheggiamento di ritorno a una condizione pre-natale, intima e protetta, “non cielo e terra/ ma in un indistinto liquido embrionale// tornare”.

Questo atteggiamento marca più di un’esperienza dell’autrice; quella scritturale che ambisce al raggiungimentio della lingua assoluta (“Una purezza/ Alla quale aspiro da sempre/ E non raggiungo mai”) prima del tempo-spazio, germoglio di potenziale e perciò intatta creatività, come sembra dire già il titolo della sua ultima silloge Germogli di parole; quella relazionale con i genitori, tormentata da un profndo senso di colpa che vorrebbe riparare; con i propri amori; e, soprattutto, con una sé stessa irrisolta (“mi sento a-sola sola solerte/ annaspo, corro, grido”) giustificata e ricomposta solo dall’atto dalla scrittura, in una sorta di formula auto-assolutoria (“Un odore strano:/ L’inchiostro/mi lava le mani”) e identitaria al punto da sentire il bisogno di scrivere nei versi il proprio nome (“Io per sempre Marta”) per oggettivarlo, per renderlo concreto nei suoi segni alfabetici (“Che tu mi sappia guardare!”) e udibile.

Del resto lei stessa lo dice che la scrittura è tutta una questione di emotività (“un eccesso di emotività/ e di commozione e anche La commozione del vivere/ Del viversi dentro.”). Ed è per questo che Alessandro Tessari, nella sua postfazione a Germogli di parole. chiama in causa il filosofo Nietzsche che, a proposito dell’arte, domandandosi cosa essa debba comunicare, risponde: “Einen Zustand, eine innere Spannung von Pathos durch Zeichen”, cioé: “Uno stato d’animo, una tensione interna del sentimento per mezzo dei segni. E la molteplicità degli stili risponderà alla molteplicità degli stati interiori”.

Marta Celio non fa che esplorare la stanza dell’io, la sua sostanza più segreta, cerca parole per dirsi, ben consapevole che nel dire c’è insito il non detto, nel suono il silenzio, sulla superficie candida del foglio l’ingresso nell’abisso, perchè talvolta esso è una sorta di altare dove sacrificare il proprio corpo sanguinante.

Nei suoi versi vengono più volte pronunciate (“per una grammatica del cuore”) quelle parole che non sembrano più di moda (ma lei sta felicemente fuori da ogni scuola o corrente), come cuore, amore, dolore, dacché detesta crearsi una difesa (“Ma per il foglio che mi mangia/ Senza nemmeno/togliermi la buccia”). Tuttavia è proprio questo lessico emozionale, nudo, che imbratta le mani come fa l’inchiostro, a coinvolgere il lettore, il quale vi si specchia come uomo di passioni terrene e celesti, creando quel legame empatico a cui l’autrice, fra l’altro mira apertamente: “Quando il dono pensi sia “l’arte” e pensi in qualche modo/ di averla forgiata. / E invece il dono vero è…chi l’ascolta”.
L’esigenza di essere amata è, infatti, per la poetessa, il vero motore della propria esistenza e della propria scrittura; e, benché spesso il fallimento affettivo e talvolta i dubbi sulla qualità artistica del suo dire la feriscano così da dilatare il senso di intimo vuoto, non cessa di costituire l’obiettivo per il raggiungimento del quale spendersi con grande generosità: decine di nomi compaiono nelle sillogi di Marta Celio, sia maschili che femminili, persone incontrate con cui ha condiviso amorevolmente qualche tratto del proprio cammino, oppure poeti, viventi o già estinti, per raccogliere “Mazzetti di poesia/ Da allacciare al cuore”.

Per il suo darsi come interrogazione senza tregua, per gli assilli che l’affollano, la poesia di Marta possiede una qualità senz’altro filosofica, e però, come ha scritto Umberto Curi (in prefazione alla raccolta Altrove), essa “non è il risultato di un progetto premeditato, né l’esito di un’opzione intelletttualistica (…), la strada delineata dall’autrice è un’altra – più accidentata e arrischiata, ma anche più originale e affascinante. Restituire alla parola la forza della rivelazione.”

L’aspirazione di Marta di oltrepassare i limiti stessi della Parola, lasciando da parte, a volte, i lacci della sintassi e della grammatica, è facilmente intuibile nell’abbondanza delle metafore e analogie che costellano i suoi versi, alcune semplici, altre più difficili in un tentativo di cucire insieme brandelli di senso, l’alto e il basso, il cielo e la terra, come: Carta di luna piena, che mette a confronto il chiarore della luna con quello del foglio, e la sua colma rotondità non solo con la pienezza del dire poetico ma anche con il biancore del proprio corpo di donna, ché non c’è elemento fisico il quale non si trasformi in carta e inchiostro: il polso, la bocca, le dita, la pelle. E tali sono la foga e l’irrequietezza della sua anima da travolgere il corpo lessicale della lingua, ferirla con tagli feroci, fino a costringerla a partorire lemmi nuovi, oppure ad attribuire a quelli d’uso comune significati altri, impastati con la sua sofferenza,

Del resto, “poesia – scrive – è un tratto somatico. è la placenta nella quale nuoti./ E’ il cordone che mai si stacca/ Ti tiene al mondo/ e dal mondo ti separa”, che sono solo alcune delle tante definizioni di poesia sparse nei vari libri di Marta, e le quali altro non confermano se non l’intensità di una vocazione che pervade spazio e tempo, per proiettarli in una dimensione eternatrice.

Fonte: IL POPOLO VENETO

 
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